Programmazione:

GIOVEDI’ 23 ore 18:00
VENERDI' 24 ore 18:00
DOMENICA 26 ore 18:00

Trama

Teramo, campagna abruzzese, 1981. Simone vive da solo con suo padre, la madre è morta qualche anno prima. D'estate in campagna non c'è molta altra gente se non i personaggi partoriti dalla fantasia di Simone e una bambina che ogni tanto passa di lì assieme al figlio adolescente del proprietario terriero e che ne smuove l'interesse. Simone però ha un'unica preoccupazione: trovare l'Uomo Fiammifero, figura non ben identificata che sembra un trampoliere con grande fiammifero in mano. Poco importa che il padre non creda alla sua esistenza e anzi combatta da bravo uomo verace di campagna l'attitudine svagata del figlio, che questa sua fissazione lo renda oggetto di scherno e che la ricerca rimanga sempre frustrata. L'Uomo Fiammifero che accende le stelle, ha paura del giorno e va trovato lasciando e seguendo indizi, risolverà tutto.
Sui complicati meccanismi di elaborazione del lutto molto si è scritto e girato, specie se incentrati sulla psicologia infantile. Mai però si era visto un lavoro così sincero, diretto e violento nelle sue prese di posizione cinematografiche. L'uomo fiammifero è un film per ragazzi in grado di parlare a tutti andando a smuovere blocchi di memoria sui quali non si era mai soffermato nessuno. Non si tratta solo di parlare della vita di un bambino ma di centrare con precisione chirurgica quel sentire insistendo su particolari e dettagli che instradano lungo percorsi raramente battuti. A partire da rumori, odori e materiali Chiarini costruisce un mood e ricostruisce situazioni familiari a tutti che prescindono dal periodo e dall'ambientazione.
L'uomo fiammifero è un film cercato, voluto e finanziato in maniera avventurosa tramite la realizzazione dell'omonimo libro illustrato (sempre ad opera del regista/autore Marco Chiarini). Un'opera realizzata con pochi soldi e un grande dispendio di energie in postproduzione (doppiaggio, animazione stop motion, lavoro sulle immagini), reso possibile da un lavoro preciso e attento su un set sul quale si operava in digitale ma si pensava in analogico. Chiarini si è messo in proprio e ha fatto quasi tutto da sè, potendo contare su pochissime collaborazioni di livello, come ad esempio quella dell'azzeccatissimo Pannofino, ma riuscendo ad aggiustare e calibrare tutto alla perfezione per realizzare la folle ambizione di girare con un budget ridicolo un film migliore di quelli di serie A, all'interno di un genere (il fantasy) solitamente considerato dispendioso.
La lunga galleria di personaggi immaginari portati in vita con trucchi da cinema muto applicati all'era del digitale, giochi di luce e ombra, espedienti di doppiaggio e ogni tanto qualche animazione entra di diritto nelle imprese cinematografiche degli ultimi anni, mentre il film nella sua interezza è tra le migliori pellicole italiane viste ultimamente. Come spesso capita (e non solo da noi) in patria lo si è visto poco e male mentre all'estero ha macinato premi su premi

Fonte: MyMovies

L-angelo-del-crimine

Regia di Luis Ortega


Cast: FLorenzo FerroChino DarínMercedes MoránDaniel FanegoLuis Gnecco
Spagna, Argentina, 2018
Durata: 119 minuti

Programmazione:

GIOVEDI’ 30 MAGGIO ore 18:00 | 21:00
VENERDI' 31 MAGGIO ore 18:00 | 21:00
DOMENICA 2 GIUGNO ore 21:00
MERCOLEDI 5 GIUGNO ore 18:00 | 21:00
GIOVEDI' 6 GIUGNO ore 18:00 | 21:00
VENERDI' 7 GIUGNO ore 21:00
SABATO 8 GIUGNO ore 18:00 | 21:00
DOMENICA 9 GIUGNO ore 18:00 | 21:00

Trama

Buenos Aires, 1971. Giovane, spavaldo, coi riccioli biondi e la faccia d'angelo, Carlos entra nelle case della gente ricca e ruba tutto ciò che gli piace. L'incontro a scuola con Ramón, coetaneo dal quale è attratto, segna il suo ingresso in una banda di criminali, con la quale compie altri furti e soprattutto il suo primo omicidio, di fronte al quale rimane assolutamente impassibile. Fino alla morte dell'amato Ramón e oltre, Carlos proseguirà indisturbato le sue attività criminali, uccidendo ancora e talvolta facendo ritorno dai genitori come un figlio qualsiasi. Verrà arrestato dopo un colpo andato a male e l'assassinio di un complice.

El Angel racconta la storia vera di Carlos Robledo Puch, "el Ángel de la Muerte", il più famoso serial killer argentino, arrestato nel 1972 dopo aver ucciso almeno 11 persone. La follia di un ragazzo raccontata come la tragedia grottesca di una nazione.

Nel caso di Robledo Puch le ragioni del fascino che la figura del serial killer da sempre esercita sono di natura puramente estetica: Carlos era bello, biondo, pulito, nulla nel suo aspetto faceva sospettare l'indifferenza dell'omicida e dello stupratore.

È proprio questo contrasto fra l'anima e il corpo a generare il cortocircuito visivo su cui il film di Luis Ortega - largamente ispirato ma non fedelissimo alla storia di Puch - costruisce il suo racconto. Prodotto fra gli altri dai fratelli Almodóvar, El Ángel ha nei colori accesi, nel tono surreale e quasi grottesco, la paradossale leggerezza dei film del regista spagnolo, naturalmente in contrasto con la tragicità dei fatti raccontati. La cura delle immagini e la spettacolarizzazione della vicenda (tra dialoghi ammiccanti, sguardi lascivi, aperture liriche...) sono il riverbero e il riflesso della strafottenza di Carlos, l'effetto del suo fascino di bugiardo, manipolatore e assassino, mentre l'uso di canzoni pop in colonna sonora, con le versioni argentine di 'Non ho l'età' e 'The House of the Rising Sun' (rifatta dal padre del regista, il cantante Palito Ortega), oltre a rimandare all'immancabile Scorsese e alla sua estetica impazzita, sottolineano più alla maniera del Tony Manero di Larraín l'immaturità, non solo di Carlos e dei suoi complici, ma di un intero popolo.

La vicenda di Putch ha dunque un evidente, per quanto camuffato, sottotesto politico, è la tragedia inconsapevole di un popolo che già nel '71, prima ancora della dittatura militare, sotto il presidente di fatto Alejandro Agustín Lanusse barattava la democrazia con l'esigenza di apparente controllo e ordine sociale. In questo senso, El Ángel è il film gemello di Il Clan di Trapero, ricostruzione della storia della famiglia Puccio - banda di sequestratori protetti anch'essi dall'aspetto di rispettabili cittadini - poi raccontate dallo stesso Ortega nella serie tv Historia de un clan. Entrambi rappresentano nel bene e nel male, fra esigenze commerciali e desiderio d'indagine, il tentativo di fare i conti col passato dell'Argentina, accantonando discorsi politici espliciti e scegliendo piuttosto la via del paradosso.

Il rischio è naturalmente la superficialità, l'attenzione alla forma che sfiora soltanto la complessità dei personaggi e del loro momento storico: dal legame fra l'omosessualità di Carlos e i suoi omicidi, alla distrazione della polizia occupata a cercare terroristi, fino alla ricerca di un barlume di umanità nella follia, come quando nel finale Carlos piange per la prima e unica volta...

Nonostante le oltre due ore di durata, nella sua biografia del più famoso omicida argentino di sempre (che è oggi è il prigioniero più longevo nelle carceri del paese), Ortega sceglie di non andare a fondo: affronta il rimosso di una nazione, ma resta alla pura e ingannevole apparenza, affascinato come tutti dalla bellezza di Carlos (perfettamente rifatto dall'esordiente Lorenzo Ferro) e convinto che basti la sua faccia da schiaffi a raccontare l'inizio della storia più nera della moderna Argentina. 

Fonte: MyMovies

I-FIGLI-DEL-FIUME-GIALLO

Regia di Jia Zhangke


Cast: Zhao TaoLiao FanZheng XuCasper LiangFeng XiaogangYinan Diao
Giappone, 2018
Durata: 141 minuti

Programmazione:

da MERCOLEDI' 22 - 23 -24 -26 MAGGIO ore 21:00

Trama

Datong, 2001. Qiao e Bin gestiscono una bisca, finché un agguato attenta alla vita di Bin. Per salvarlo Qiao spara in aria e viene arrestata. Uscirà di prigione cinque anni dopo, ma Bin ha cambiato vita a Fengjie e non vuole più vederla.

L'autoreferenzialità è parte integrante del cinema d'autore. Spesso costituisce una cifra stilistica o una chiave interpretativa, anziché un difetto.

Nel cinema di Jia Zhang-ke l'elemento ricorsivo-riflessivo ha guadagnato sempre maggiore importanza, fino a un film in cui è possibile leggere in tralice l'intero suo percorso di cineasta, come I figli del fiume giallo.

Tre segmenti ambientati in tre anni (2001, 2006 e 2018) e in due luoghi (Datong nello Shanxi e Fengjie nella regione di Chongqing e delle Tre Gole), che rappresentano altrettanti rimandi a momenti precedenti della filmografia di Jia. Al 2001 di Unknown Pleasures - ambientato a Datong - segue il 2006 di Still Life - ambientato a Fengjie - con situazioni e personaggi che ritornano sotto vesti solo lievemente differenti.

Ma I figli del fiume giallo non si limita a una semplice riproposizioni di tempi e luoghi, è come se rivisitasse quelle opere e quelle sensazioni, forse - ma non è dato sapersi con certezza - recuperando anche del girato inedito. Anche dal punto di vista tecnico e stilistico, infatti, il regista alterna pellicola e digitale, dando la sensazione anche visiva di attraversare l'arco temporale della narrazione. La peregrinazione di Qiao nel segmento centrale di Fengjie ricorda da vicino il percorso della stessa interprete - sempre Zhao Tao, musa e moglie del regista - in Still Life, oggi come allora in cerca di un uomo che non si presenta a un appuntamento. Come se I figli del fiume giallo rappresentasse una raccolta di "non detti", il completamento di fili mai riannodati in passato. Un arco temporale di 17 anni in cui sono cambiati irreversibilmente la Cina, il cinema, Jia e la sua musa: e di cui il film diviene una sorta di testimonianza, benché fittizia, romanzata e alterata nel contenuto, che traspone il tutto in una vicenda di jianghu, come da titolo originale (che traslitterato significa Jianghu Er Nv, "Figli e figlie del jianghu").

Il codice d'onore e il senso di fratellanza che, semplificando, costituiscono il significato più prossimo di jianghu - termine mutuato dalle arti marziali e trasferito al sottobosco criminale delle Triadi cinesi - innervano la relazione di dominio e possesso che unisce e divide Bin e Qiao. Conosciamo i due uniti indissolubilmente in un primo segmento, che richiama con parossistica evidenza il cinema noir di Hong Kong: le immagini e le canzoni che caratterizzavano i film con Chow Yun-fat di fine anni Ottanta fanno da sfondo a storie di mahjong, lame e denaro, che culminano in una straordinaria sequenza di agguato in una strada affollata.

La separazione dei due amanti si traduce in una biforcazione di senso e di stili del film, che muta pelle come il paesaggio cinese che fa da sfondo alla vicenda. Le parole ormai vuote di un padre che si scaglia contro le "tigri di carta" hanno ormai lasciato spazio all'incedere del capitalismo di Stato, quello che costruisce dighe e che viola la natura umana, mettendola al servizio del denaro e dell'ambizione. Qiao non è un'idealista, ma crede in valori che non appassiscono. Il jianghu, per lei, continua ad avere un senso, fino a un parossistico terzo segmento, in cui attraverso l'incursione dell'irrazionale - UFO, agopuntura - la donna sembra rimettere in scena il mondo che conosceva, le coordinate in cui si muoveva con agio. Ma la Datong che chiude il film assomiglia solamente alla Datong che lo apre. Tornare indietro rispetto agli errori commessi, da una donna o da una nazione, rimane un atto impossibile, velleitario. Fino a rivelare la sua inevitabile natura di finzione "digitale".

Un'opera complessa e ricca di riferimenti interni alla propria poetica, che conferma la statura di un autore capace di leggere i mutamenti della contemporaneità in un Paese che procede a una velocità pari a quella dei suoi treni, quando attraversano senza ritorno le lande desertiche dello Xinjiang

Fonte: MyMovies

LA-CADUTA

Regia di Denys Arcand


Cast: Alexandre LandryMaripier MorinRemy GirardLouis MorissetteMaxim Roy
Canada, 2018
Durata: 127 minuti.

Programmazione Aprile:

da GIOVEDI’ 25 ore 18:15 | 21:00
a Domenica 8 ore 18:15 | 21:00

Programmazione Maggio:

da MERCOLEDI 01 ore 18:15 | 21:00
a GIOVEDI          02 ore 18:15 | 21:00
da VENERDI       03 ore 21:00
a DOMENICA     05 ore 21:00

Trama

Il trentaseienne Pierre-Paul ha un dottorato in filosofia e un'intelligenza superiore alla norma, ma deve lavorare come fattorino per avere uno stipendio. Un giorno, durante una consegna, si ritrova nel bel mezzo di una rapina finita nel sangue senza testimoni. Ad un passo da lui, giacciono incustoditi due borsoni pieni di banconote. Dopo averci riflettuto pochi secondi, Pierre-Paul ruba il malloppo, innescando una serie di reazioni a catena e un cambiamento radicale della propria vita e non solo.

Per chiudere la trilogia che gli ha dato la notorietà internazionale, il canadese Denis Arcand torna ad utilizzare il cinema come strumento di ri-flessione e critica del tempo in cui viviamo, con un intento morale, dunque, che utilizza però il sarcasmo come mezzo.

I barbari non sono più i giovani: ora stanno al governo e hanno nomi come Blair, Bush, Sarkozy, Berlusconi e Donald Trump.

La caduta dell'impero americano ha tutti i pregi e i limiti dello stile di Arcand: un pensiero che cala dall'alto come un sermone, salvo venir smentito strada facendo, una patina intellettuale che non sempre va oltre la divulgazione mascherata (qui è di turno la filosofia), non pochi cliché (la prostituta milionaria con un'infanzia da fame), ma anche un nuovo ottimismo, riguardo una parte della popolazione, almeno, che sceglie di vivere secondo altre logiche, che non sono quelle del mercato e di una società indifendibile, e anche una rotondità della commedia, che in fondo invita a prendere il film per quello che è: una favola che non avrà mai luogo nella realtà, ma è stato divertente seguire, come un'ipotesi fantasiosa, per il tempo che è durata.

La novità è dunque soprattutto in un racconto cinematografico più interessante del solito, capace di trasformare in personaggi, nella maggior parte dei casi, quelli che altrimenti non sarebbero rimasti che ruoli (il cittadino onesto, la escort, il mago della finanza, il senzatetto), attanti di un'(anti)parabola sull'intelligenza come handicap e la follia come quotidianità.

Saltando ogni standard di razionalità, salta infatti anche ogni imperativo categorico e il principio morale torna a farsi soggettivo. Così, però, come si possono costruire a tavolino dei consigli di amministrazione planetari per fini di banalissima frode, si può far squadra con complici improbabili per fini più nobili, e con lo stesso tasso di interesse.

Fonte: MyMovies

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Regia di Mark Osborne.


Cast: Jacquie BarnbrookPaola CortellesiStefano AccorsiMicaela RamazzottiAlessandro Gassman.
Francia, 2015
Durata: 107 minuti.

Programmazione Maggio:

da VENERDI       03 ore 18:00
a DOMENICA     05 ore 18:00

Trama

Una bambina si traferisce con la madre in un nuovo quartiere. Qui dovrà impegnarsi nello studio secondo un planning estremamente articolato elaborato dalla madre la quale, donna in carriera, vuole assolutamente che la figlia si inserisca nei corsi della prestigiosa Accademia Werth finalizzata a formare i manager del futuro. Il nuovo vicino di casa è un anziano aviatore che prende a raccontare alla bambina del suo incontro, avvenuto tanti anni prima nel deserto africano, con un Piccolo Principe giunto sulla Terra dopo un lungo viaggio tra gli asteroidi. La bambina inizialmente sembra voler resistere alla narrazione ma progressivamente se ne fa catturare.
Mark Osborne (già regista di Kung Fu Panda) poteva essere la persona giusta per trasferire sul grande schermo il piccolo/grande libro di Antoine de Saint Exupéry e infatti lo è. In materia erano già stati fatti tentativi per tradurre le vicende del Piccolo Principe in immagini ma sempre con risultati non all'altezza. Perché il problema era rivolgersi a due target molto diversi, visto che l'autore dedicava la sua opera a un amico "quando era un bambino" (quindi a un adulto) e il testo è leggibile anche da bambini. Osborne e i suoi sceneggiatori Irena Brignull e Bob Persichetti hanno racchiuso le vicende del biondo principe e dell'aviatore all'interno di una storia che vede la piccola protagonista destinata ad un precoce adultismo. La bambina progressivamente si ribellerà a quello che sembra essere il suo percorso ormai segnato non in nome del "non crescere mai" alla maniera del Peter Pan di Barrie quanto piuttosto del conservare senza alcun timore il proprio bambino interiore.
Anche sul piano stilistico la partita è adeguatamente vinta perché mentre le vicende di bimba, madre e vicino di casa sono realizzate con un'animazione tridimensionale ormai canonica, l'incontro tra l'aviatore e il Piccolo Principe e tutto quanto si riferisce al libro di Saint Exupéry vengono affidati a una stop motion molto raffinata ed evocativa di un cinema d'altri tempi. Se l'"essenziale è invisibile agli occhi", all'organo della vista viene offerta quindi una doppia estetica della visione conservando intatta la poeticità e la profondità di sguardo dello scrittore e trasferendo progressivamente la dinamica aviatore/principe in quella bambina/aviatore. Peccato veniale (e quindi subito perdonabile) quello di non aver riproposto nel rapporto con la Volpe il parallelo che questa fa tra il colore del grano e quello dei capelli del Piccolo Principe. Chi conosce e ama il libro sa a cosa ci si riferisce.

Fonte: MyMovies

PETERLOO

Regia di Mike Leigh


Cast:  Diane K Rory KinnearMaxine PeakePearce QuigleyDavid MoorstRachel Finnegan
Genere: drammatico
Gran Bretagna, 2018
Durata: 154 minuti.

Programmazione Aprile:

Giovedì 18 ore 17:30 | 20:30
Venerdì 19 ore 17:30 | 20:30
Sabato 20 ore 17:30 | 20:30
Domenica 21 ore  20:30
Mercoledì 24 ore 17:30 | 20:30

 


Trama

Il giovane trombettiere Joseph sopravvive miracolosamente alla sanguinosa battaglia di Waterloo e torna a casa, a Manchester, dalla sua famiglia di umili operai. Ma un'altra battaglia si prepara da quelle parti: quella del popolo inglese del dopoguerra, ridotto alla fame dalla disoccupazione e dalla tassa sull'importazione del grano e trattato con a ferocia e ingiustizia da una magistratura ecclesiastica arrogante e violenta. Giovani radicali e meno giovani riformisti moderati prendono a riunire folle sempre più numerose, pronte a domandare in piazza il diritto di voto che la Costituzione prevede per loro. Il governo di Londra, informato dei fatti, si prepara invece a difendere i propri privilegi, affilando le armi.

Mike Leigh drammatizza gli eventi che precedettero e si consumarono durante il cosiddetto "massacro di Peterloo", quando, il 16 agosto 1819, più di sessantamila persone da tutto il circondario si riunirono pacificamente in St Peter's Field e vennero brutalmente travolte dalla cavalleria dell'esercito, finendo uccise o ferite.

Forte del budget più consistente di cui abbia mai disposto e dell'esperienza nel campo del film d'epoca accumulata con il biopic su Turner, inscena un affresco storico e sociale in cui la dimensione epica non è mai afflato superficiale ma affonda nel fango delle strade, nella precisione degli interni domestici, dei gesti della fabbrica, del legno grezzo dei bicchieri di cui pare di percepire il peso e dell'erba alta delle campagne di cui ci fa sentire l'odore. Un livello di avvicinamento all'oggetto del racconto che talvolta, quando sotto la lente ci sono le figure umane, sfora nel grottesco, richiamando certe espressioni artistiche di propaganda rivoluzionaria.

Ma naturalmente, Peterloo parla anche al presente, in più di un modo. È il ricordo del lungo e sacrificale cammino che ha portato alla democrazia contemporanea, alle libertà e ai diritti civili che tutela, ma è anche impossibile non leggere, tra le immagini di piazza di quell'estate di due secoli esatti fa, eventi assolutamente più recenti: ragazzi, ragazze, signore, giornalisti, tutti disarmati, presi a spintoni e bastonate, impossibilitati a mettersi in salvo per il blocco delle vie di fuga.

"Qualcosa cambierà e qualcosa rimarrà sempre uguale" afferma il vecchio padre di Joseph, tentando di immaginare il futuro, alla vigilia della grande manifestazione. E infatti qualcosa permane: oggi come allora una patata scagliata per protesta contro la carrozza del potere ci mette un attimo a diventare, nel passaparola popolare quanto in quello ufficiale, una pietra, poi due proiettili, financo una cannonata. E Leigh dedica una grande parte del film all'arte della parola e alle sue degenerazioni, non solo per distinguere i danni dei discorsi non verificati dalla missione del buon giornalismo ("Dovremo raccontare i fatti di oggi nei minimi dettagli", dice il cronista londinese ad un collega, sui resti della carneficina, ed è possibile che il regista abbia obbedito alla stessa dichiarazione d'intenti), ma anche e soprattutto confrontando l'oratoria dei radicali con la retorica dei rappresentanti del regime.

Entrambi le parti, all'epoca, necessitavano del ricorso ad un'esposizione orale per immagini quanto più vivida e ardita possibile, ma erano i loro scopi a differire. Il cinema mentale dei potenti dell'ancient régime era compiaciuto e feroce, formale e aggressivo. Quello degli oratori del popolo poteva apparire esagerato, ma serviva a far sognare un modo più giusto.

Fonte: MyMovies

Book-club

Regia di Bill Holderman


Cast:  Diane KeatonJane FondaCandice BergenMary SteenburgenCraig T. NelsonAndy Garcia.
Genere: Commedia
USA, 2018
Durata: 104 minuti.

Programmazione Aprile:

GIOVEDI’ 11 ore 18:15 | 21:00
Venerdì 12 ore 18:15 | 21:00
Sabato 13 ore 18:15 | 21:00
Domenica 14 ore 18:15 | 21:00
Mercoledì 17 ore 18:15 | 21:00

 


Trama

Da trent'anni, Diane, Vivian, Sharon e Carol si assegnano a turno un libro da discutere davanti a un bicchiere di vino. Insieme formano un 'book club' in cui si confrontano e voltano pagina. Sessantenni sull'orlo di una crisi sessuale, a parte Vivian che è ricca sfondata, colleziona uomini e ha paura dell'amore vero, decidono di leggere "Cinquanta sfumature di grigio". Le prodezze di Christian Grey le convincono a rimediare alla povertà della loro vita sessuale. Con ogni mezzo, ad ogni costo. Diane seduce suo malgrado un pilota di linea, Vivian flirta con un grande amore della giovinezza, Sharon opta per i siti d'incontri online, Carol prova a risvegliare gli ardori di un marito che le preferisce la moto. Il risultato sarà naturalmente un successo.

I buoni libri influenzano le nostre vite, i pessimi ahimè pure. La prova è la commedia di Bill Holderman, autore sconosciuto (e resterà tale) che ripassa lo smalto alla storia di belle donne all'acchiappo.

La sceneggiatura, convenzionale e vagamente reazionaria, regala a ciascuna il suo profilo: Jane Fonda incarna il tratto cinico e seccamente seduttivo, Diane Keaton ripropone la stagionata icona del cinema di Allen, pigiando a fondo (troppo a fondo) il pedale del burlesco, Candice Bergen ostenta il carattere altero e una vita ritirata in compagnia di una gatta letargica, 'sottile' metafora di una vita sessuale passiva, Mary Steenburgen condivide la scena con un marito che ha perso la passione e l'erezione. Insieme costituiscono la loro speciale comunità casalinga da cui partono unite e solidali alla conquista dell'amore. La questione insomma è sempre quella, sposarsi. La commedia, di conseguenza, è sentimentale e finirà col mostrare che il cuore ha ragioni che il sesso (da solo) non conosce.

Attorno a loro due 'ragazzi' con troppe qualità per essere veri. Andy Garcia, pilota di linea, e Don Johnson, divorziato con dote e devozione, sono pronti a sfoderare fascino, fiori e monetine per un desiderio. Diversamente dal Grey del romanzo, che riaccende la fiamma che cova ancora nelle signore, gli uomini del club letterario non registrano nessuno dato estremo o selvaggio, che il giudice federale di Candice Bergen giudicherebbe d'altronde inappropriato fino alle manette.

Woman's film in cerca di un destino per le sue protagoniste, Book Club - Tutto può succedere è un'opera prima atona e senza ritmo che si impegna con troppi sforzi e pochi risultati a essere divertente e a omaggiare il cinema di Nancy Meyers (L'amore non va in vacanzaÈ complicato).

Un club stellare, che non si preoccupa troppo della qualità delle proprie letture, non basta da solo a salvare una commedia romantica caricaturale sulla sessualità delle donne âgée. La messa in scena, priva di immaginazione, le presenta perennemente occupate a sorseggiare vino bianco dentro quadri lussuosi. I caratteri, altrettanto ordinari, sono costruiti sulla giustapposizione di cliché: la donna libera e indipendente che non conosce il sentimento amoroso ma (ri)trova il suo grande amore, la vedova, infantilizzata fino all'assurdo da due figlie ossessionate dalla sua età, che esita a vivere il suo colpo di fulmine col super pilota, la divorziata, felicissima di non avere un orgasmo da diciotto anni, che passa improvvisamente le ore sui siti di incontri e infine la sola socia del club ancora sposata che cerca ogni stratagemma possibile per riaccendere il suo matrimonio.

Non sorprenderà troppo scoprire che sotto l'egida di Christian Grey si parli poco o niente di letteratura alle riunioni confidenziali. Se in Il club di Jane Austen le opere della celebre scrittrice inglese provocavano nelle cinque protagoniste profonde trasformazioni, un'evoluzione che lasciava disarmati i loro compagni, in Book Club ritroviamo le stesse premesse salvo per un dettaglio affatto insignificante. Le nostre eroine non divorano Jane Austen o Marguerite Yourcenar ma si gettano sulle sfumature di E. L. James, trilogia sull'amore ai tempi delle fruste e delle manette. A questo punto è lecito domandarsi cosa abbiano letto nei decenni le quattro protagoniste per arrivare fino a quelle pagine di cui l'effetto è ovviamente immediato. Le avventure di Anastasia Steele, la protagonista di "Cinquanta sfumature di grigio", le obbliga a riconsiderare le loro relazioni coniugali o i loro nubilati volontari. Fortunatamente per lo spettatore, le fanciulle non disserteranno troppo sui meriti letterari del libro in questione, troppo assorbite a leggerlo con una sola mano e a stravolgere la loro routine.

Certo Book Club potrebbe accontentare i nostalgici del cinema americano di un'altra stagione, interpretata col sorriso da quattro dive il cui ruolo è ritagliato sulle rispettive personalità cinematografiche. Le stravaganze vestimentarie di Diane Keaton, lo sguardo ironico di Candice Bergen, la leggerezza di Mary Steenburgen e l'autorità naturale dell'imperiale Jane Fonda sono un'evidenza ma non fanno mai di Book Club un'altra cosa che una vetrina solenne di talenti che potrebbero difendere ben più che la loro gloria passata. La rivoluzione di script all'altezza del valore di attrici mature non sembra ancora iniziata a Hollywood, né altrove

Fonte: MyMovies

Regia di Sergio Assisi


Cast: MaSergio AssisiErnesto LamaValentina CortiNunzia SchianoGiuseppe Cantore
Genere: Commedia
Italia, 2015
Durata: 90 minuti.

Programmazione Aprile:

MERCOLEDI' 10 ore 21:00

Trama

Barnaba è un quasi quarantenne disoccupato che vive ancora con mamma e papà e va alla ricerca di un fantomatico bancomat erogatore di banconote anche a chi, come lui, ha un credito perennemente esaurito. Jacopo, ex compagno di scuola di Barnaba, è stato abbandonato in un cassonetto alla nascita e lasciato dalla fidanzata all'altare: ora alterna le sue giornate fra un lavoro ingrato all'anagrafe e innumerevoli maldestri tentativi di suicidio. Sonia è una neolaureata in arte e un'aspirante restauratrice che soffre della sindrome di Stendhal, e dunque sviene davanti alle opere che dovrebbe rimettere in sesto. Quando Sonia, dal Nord Italia, si trasferisce a Napoli con l'incarico di porre riparo a un San Sebastiano danneggiato presso una chiesa di quartiere le strade dei tre si incrociano, così come i loro destini. Il quarto personaggio è la città di Napoli, in bilico fra archetipo e stereotipo, popolata da un'umanità colorita che fa da controcanto alle vicende dei protagonisti.
Sergio Assisi, attore di cinema ma soprattutto di fiction televisive, esordisce con un lungometraggio da lui scritto, diretto e interpretato. Niente di più rischioso, per un esordiente, che fare tutto da solo, e andare contro al pregiudizio verso i volti della tv che tentano il triplo salto mortale al cinema. Ma Assisi ha il buon senso di circondarsi di ottimi professionisti a cominciare dagli attori, da Ernesto Lama - vera rivelazione del film - nei panni di Jacopo a Nunzia Schiano in quelli della perpetua della chiesa a Francesco Paolantoni nel ruolo di un pompiere convocato per sventare i tentativi di suicidio di Jacopo. Anche la scelta di Valentina Corti, volto familiare ai telespettatori, si rivela azzeccata, e va a nutrire uno degli aspetti vincenti del film: la leggerezza divertita che regala una grazia particolare ad una storia naif.
Assisi infonde nel suo esordio entusiasmo, allegria e una genuina passione per Napoli e per la scuola comica napoletana, denunciando apertamente il suo debito di gratitudine verso tutto il teatro partenopeo e il cabaret locale, da Massimo Troisi ad Alessandro Siani, con cui ha una certa somiglianza (ma maggiore eleganza e bonomia). La sua attenzione al dettaglio è evidente nelle scelte di montaggio (firmato da Daniele Cantalupo), nella cura della fotografia (di Claudio Marceddu) e dello schema cromatico, fino al commento sonoro, che include musiche originali e sonorità jazz ad opera di Louis Siciliano Aluei.
Ci sono ancora molte ingenuità nell'opera prima di Assisi, dalla voce fuori campo che annuncia solo storia di Barnaba e poi sparisce al ritmo narrativo che fatica a trovare il suo swing - ma poi lo trova, ed è questo che conta: o, come direbbe Barnaba, che "è tutto un fatto". A Napoli non piove mai ha una bella energia narrativa, una gioiosa esuberanza visiva e una pulizia formale che è pulizia di intenti. Assisi e i suoi personaggi si fanno voler bene perché agiscono "di cuore": non è poco, in quest'epoca di commedie di plastica

Fonte: MyMovies

Regia di Matteo Garrone.


Cast: Marcello FonteEdoardo PesceNunzia SchianoAdamo DionisiFrancesco Acquaroli
Genere: Drammatico, Sentimentale
Italia, 2018
Durata: 100 minuti.

Programmazione Aprile:

Dal 4 al 10

GIOVEDI'  4 ore 18:15 | 21:00
VENERDI' 5 ore 18:15 | 21:00
SABATO 6 ore 18:15 | 21:00
DOMENICA 7 ore 19:15 | 21:30
MERCOLEDI' 10 ore 18:15

Trama

Marcello ha due grandi amori: la figlia Alida, e i cani che accudisce con la dolcezza di uomo mite e gentile. Il suo negozio di toelettatura, Dogman, è incistato fra un "compro oro" e la sala biliardo-videoteca di un quartiere periferico a bordo del mare, di quelli che esibiscono più apertamente il degrado italiano degli ultimi decenni. L'uomo-simbolo di quel degrado è un bullo locale, l'ex pugile Simone, che intimidisce, taglieggia e umilia i negozianti del quartiere. Con Marcello, Simone ha un rapporto simbiotico come quello dello squalo con il pesce pilota.

Marcello procura a Simone quella cocaina che il bullo consuma in quantità esagerate e fa per l'ex pugile da secondo nelle "riscossioni". Quando Simone sceglierà proprio il negozio di Marcello come base operativa per una rapina gli equilibri fra i due salteranno irrimediabilmente.

Ispirandosi liberamente ad uno dei casi di cronaca più cruenti del nostro passato recente, la vicenda del Canaro della Magliana, Matteo Garrone racconta un'Italia diventata terra di nessuno in cui cane mangia cane, complice l'abbrutimento culturale e sociale che ha allontanato i cittadini non solo dal benessere ma anche dalla solidarietà umana più elementare. Garrone depura la vicenda del Canaro dalla sua componente veramente oscena, ovvero la spettacolarizzazione, arrivando a desaturare la palette di colori con cui dipinge i suoi quadri di desolazione suburbana (meravigliosa la fotografia di Nicolaj Bruel) dei quali sfuma i margini ed evidenzia l'essenza.

Dogman inizia con il ringhio di un pitbull da combattimento ed il terrore speculare degli altri cani chiusi dentro le gabbie del negozio, enucleando così quelle dinamiche di sopraffazione e sottomissione che sono la regola di vita del quartiere. L'ombra di Simone si staglia gigantesca dietro la porta a vetri del canaro, proiezione gonfia di una paura atavica che con il tempo ha dominato gli animi della gente perbene, non soltanto nei quartieri periferici.

E lo sguardo smarrito di Marcello in riva al mare, dopo l'ennesima prepotenza subìta, è quello di un Paese che ha preso consapevolezza del proprio status di vittima, e che "tutto questo non lo accetterà più". Ma invece di raccontare un'incazzatura alla Quinto potere, o la vendetta efferata e grottesca in cui le cronache hanno abbondantemente sguazzato, Garrone descrive una quieta rivalsa del tutto priva della valenza pulp che ha reso archetipale, e protagonista di uno storytelling ante litteram, il vero Canaro.

Quella di Marcello è un'implosione che non pareggia i conti ma nutre la piramide di soprusi che si erge invisibile all'interno di un quartiere piallato dall'imbarbarimento: perché in questo universo orizzontale ad elevarsi sono solo le palazzine abusive, mai le persone. Il modo in cui i personaggi attraversano questi spazi immondi, come le vele di Scampia in Gomorra o l'ecomostro litoraneo de L'imbalsamatore, è l'essenza del cinema di Garrone, che relaziona l'uomo con un ambiente non più pensato per gli esseri umani, ma diventato labirinto per osservazioni entomologiche.

Altrettanto importante è l'attenzione allo sguardo, tanto quello mite e dolente di Marcello quanto quello, ottuso e pieno di paura, di Simone. Come irreprensibilmente luminosa è l'interpretazione di Marcello Fonte nei panni del canaro - dimensioni da fantino e leggerezza da acrobata circense - è opaca e devastante quella di un irriconoscibile e gigantesco Edoardo Pesce nei panni di Simone: un pitbull che è l'esatto prodotto del suo addestramento e ha la gravitas dei sogni andati a male.

Garrone riesce nel miracolo di costruire una narrazione disperante disintossicandola dalla volgarità dei talk show, e restituendo dignità ferita a tutti personaggi.

Fonte: MyMovies

Regia di Sebastian Lelio


Cast: Julianne MooreJohn TurturroAlanna UbachMichael CeraSean AstinJeanne TripplehornHolland TaylorBrad GarrettCaren PistoriusCassi Thomson
Genere: Drammatico, Sentimentale
Italia, Francia, 2018
Durata: 102 minuti.

Programmazione Marzo:

Dal 21 al 27

GIOVEDI’ 28 ore 18:30 | 21:00
VENERDì 29 ore 18:30 | 21:00
SABATO 30 ore 18:30 | 21:00
DOMENICA 31 ore 18:30 | 21:00
MERCOLEDI’ 3 Aprile ore 18:30 | 21:00

Trama

Gloria Bell ha cinquant'anni, un marito alle spalle e due figli che non hanno più bisogno di lei. Dinamica e indipendente, canta in auto a squarciagola e si stordisce di cocktail e di danza nei dancing di Los Angeles. Una notte a bordo pista incrocia Arnold, un uomo separato che sogna un cambiamento. Gloria si lancia, Gloria ci crede. Arnold ci prova ma poi improvvisamente non è più là. Volatilizzato fino alla prossima promessa. Per lui il passato è una prigione. Tra amplessi e abbandoni, Gloria finisce al tappeto ma si rialza e balla. C'è sempre nell'idea di un remake la ricerca di un gesto artistico. La necessità di rifare l'originale non è (soltanto) un semplice esercizio di stile e sta lì tutta la sua bellezza, nella vertigine metafisica che rivela:

rifacendo la stessa opera non otteniamo mai lo stesso film.

Con Gloria Bell, Sebastián Lelio fa (di) nuovo il suo  Gloria, riscrivendo in buona compagnia (Jim McBride,  All'ultimo respiro, Gus Van Sant,  Psycho, Michael Haneke,  Funny Games e molti altri prima di lui) una storia del cinema che racconta sempre la prima volta. Uscito in sala nel 2014,  Gloria vince l'Orso d'argento a Berlino e ottiene un consenso plebiscitario.

Al centro del film una donna forte e fragile insieme che sa risolversi quando tutto sembra affondare e risollevarsi quando cade con un bicchiere e una dignità rara. Gloria, interpretata da Paulina Garcìa, incarna nella versione originale la faccia moderna del Cile. Gloria è portatrice sana di un movimento vitale di giovinezza che esplode a Santiago durante una manifestazione studentesca. 

Sequenza capitale del film che incrocia sull'Alameda una nuova generazione, che non ha ancora il suo posto, e una vecchia, che non ha più il suo. In questa conciliazione e in questa emergenza di forze vive, come negli ancheggiamenti di Gloria sulla pista, l'autore sogna l'avvenire del Cile. Ma traslocando la sua Gloria a Los Angeles, dentro un'altra cultura e un altro tempo, Sebastián Lelio firma un remake più universale e testimonia la vitalità di un genere più libero di quello che appare. Dirige e prolunga un'opera che lo ossessiona, dandogli un'altra possibilità e facendola risuonare con l'attualità. A restare irriducibile è la donna in primo piano. L'empatia che film e personaggio generano nasce dalla considerazione di una stagione della donna relegata abitualmente in subordine

Regia di Valeria Bruni Tedeschi


Cast: Valeria Bruni TedeschiPierre ArditiValeria GolinoNoémie LvovskyYolande Moreau.
Genere: Drammatico
Italia, Francia, 2018
Durata: 125 minuti.

Programmazione Marzo:

Dal 21 al 27

GIOVEDI’ 21 ore 18:15
VENERDì 22 ore 18:15 | 21:00
SABATO 23 ore 18:15 | 21:00
DOMENICA 24 ore 19:00 | 21:00
MERCOLEDI’ 27 ore 18:15 | 21:00


Trama

Una villa sulla riviera francese. Un luogo che sembra fuori dal tempo e anche isolato dal resto del mondo. Anna la raggiunge con la figlia per alcuni giorni di vacanza. In mezzo ai familiari, agli amici e al personale di servizio, la donna deve riuscire a gestire la recente fine del suo matrimonio e la preparazione del suo prossimo film. Dietro alle risate, alle discussioni e ai segreti emergono paure, desideri e rapporti di potere.

Valeria Bruni Tedeschi torna a dirci qualcosa di sé e del mondo che conosce o ha conosciuto con un film che si apre con un ritmo e un'efficacia davvero notevoli.

Pochi registi hanno saputo raccontare con altrettanta immediatezza e verosimiglianza il momento in cui si spezza la relazione all'interno di una coppia. Si tratta del prologo perché poi la storia, divisa in atti ed epilogo, si sposta nella villa al mare dove la protagonista cerca di fare i conti con quanto le è accaduto. Qui le storie si moltiplicano e si avverte l'intento sincero da parte della regista e sceneggiatrice di raccontare una molteplicità di solitudini che tentano di aggrapparsi a salvagenti di speranza o che continuano a nuotare per non annegare.

Ognuno è fondamentalmente solo sul palcoscenico della vita nella sua visione di questo microcosmo in cui sia in alto (i 'ricchi') sia in basso (i dipendenti) si vivono problemi analoghi anche se si cerca di reagirvi con strategie differenti.

Il problema però è dato da un cast di grande qualità che deve lavorare su una sceneggiatura che vuole assemblare troppe storie e situazioni nonché registri espressivi talvolta agli antipodi (vedi l'anziano che 'lecca' Arditi o il giovane neoassunto in via temporanea) e difficili da far convivere nel quadro di un'unica narrazione. Una riduzione dei personaggi in fase di revisione della sceneggiatura avrebbe giovato a un'opera che fa comunque 'sentire' la passione con cui è stata realizzata.

MyMovies.it

Programmazione Marzo:

Dal 14 al 17 IN REPLICA IL 20

SPECIALE MERCOLEDì

A 4,50€....E L'APERITIVO OFFERTO DA NOI!

GIOVEDI’ 14 ore 18:15 | 21:00
VENERDì 15 ore 18:15 | 21:00
SABATO 16 ore 18:15 | 21:00
DOMENICA 17 ore 19:00 | 21:00
MERCOLEDI’ 20 ore 18:15 | 21:00


Trama

Napoli 2018. Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O'Russ, Briatò vogliono diventare ricchi alla svelta, comprare abiti firmati e motorini nuovi. In particolare Nicola, la cui madre gestisce una piccola tintoria non resiste alla tentazione di entrare a far parte di una 'famiglia' camorrista. Il furto di una pistola lo fa sentire più uomo anche nei confronti di Letizia che gli è entrata nel cuore al primo incontro. In poco tempo diventa il capo del suo gruppo. Nicola ha 15 anni.

La dedica con cui Roberto Saviano apre il romanzo omonimo da cui è tratto il film da lui cosceneggiato è: "Ai morti colpevoli. Alla loro innocenza". Non si riferisce ovviamente ai camorristi che ha sempre combattuto a rischio della propria incolumità ma a quei ragazzini la cui innocenza viene compromessa dai modelli negativi che li circondano.

Saviano non poteva trovare migliore interprete di questa innocenza di Claudio Giovannesi la cui filmografia è tutta incentrata su quella dualità osservata con amore e con quella compassione priva di pietismo che risale all'etimologia del vocabolo latino: 'patire con'. L'aver trovato poi nel giovane pasticcere Francesco Di Napoli lo sguardo giusto per reggere, anche nei primissimi piani, questa intenzione ha chiuso il cerchio.

Napoli è teatro della vicenda ma non è quella di Gomorra. Se la serie televisiva di straordinario successo planetario ha le caratteristiche del noir qui sono l'osservazione dei personaggi, il mutare della psicologia di Nicola ad essere al centro dell'attenzione. Lui, che ha assistito alla prevaricazione della richiesta del pizzo a sua madre, si ritrova ad andarlo a sua volta ad esigere in altro contesto salvo poi coltivare il pensiero di poter fare giustizia eliminandolo nelle aree che ritiene di controllare. Da quando ha un'arma pensa di poter ripristinare, attraverso quel possesso illegale, proprio giustizia e legalità nel suo mondo.

Se Novalis, citato in preapertura del romanzo, affermava "Dove ci sono bambini c'è un'età dell'oro" Giovannesi e Saviano ci ammoniscono su come sia facile sperperare quel capitale umano. Non solo a Napoli, dove i motorini sfrecciano e le pallottole ci mettono un attimo a falciare vite, ma in tutte le periferie del mondo in cui la cultura è assente oppure si presenta come una casa in cui entrare in punta di piedi ma solo per sentirsi benestanti. Allora si può accedere come Nicola e Letizia a un palco del San Carlo continuando però a sognare il concerto della star locale del genere neomelodico.

In fondo sempre di 'amore' si parla, nell'opera come nella canzonetta. Oppure come in un'antica serenata che, dopo una serata di dissipazione, ricostruisce l'atmosfera di un passato che si è ormai dissolto in un mondo senza padri e senza memoria in cui tutto, anche i sentimenti più profondi, si misura con il metro della legge del più forte.

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Regia di Gilles de Maistre


Cast: Daniah De VilliersMélanie LaurentLangley KirkwoodRyan Mac LennanLionel Newton
Genere: Drammatico
Francia, 2018
Durata: 98 minuti.

Programmazione Marzo:

Dal 29 al 31 - ORE 16:30


Trama

Costretta a trasferirsi dall'Inghilterra al Sudafrica per seguire il lavoro del padre John, zoologo, Mia è una bambina insofferente e ribelle. Qualcosa però cambia quando, durante il primo Natale trascorso lontana da Londra, nell'allevamento di John nasce Charlie, un raro esemplare di leone bianco. Tra Mia e Charlie nasce subito un'amicizia fortissima che causa non poche preoccupazioni ai genitori della ragazza, convinti che il leone, una volta adulto, non saprà controllare i propri istinti predatori. Le cose si complicano ulteriormente quando Mia, insieme a suo fratello Mick, scopre un segreto sull'allevamento che i due bambini non avrebbero mai potuto immaginare.

Girato in tre anni, con l'attenta supervisione dello zoologo Kevin Richardson - sua la responsabilità dei sei leoni che circolavano sul set, sua soprattutto la responsabilità dell'incolumità dei due bambini - Mia e il Leone Bianco è un film traboccante di tenerezza.

Il film è adatto a due categorie di spettatori: le famiglie con bambini e gli adoratori irrazionali di cuccioli e animali in tenera età. Per i primi, il film di Gilles De Maistre è esattamente ciò che promette il trailer. Un lungo spot sui colori dell'Africa - location mozzafiato, parchi che si perdono all'orizzonte, cieli infiniti - popolato di tutti gli animali che i bambini degli altri continenti sono abituati a vedere allo zoo, o negli album di figurine: qualche zebra, tante giraffe, una bella sequenza con gli elefanti, un lemure protagonista delle scene slapstick che faranno morire dal ridere i più piccoli (un po'meno gli adulti) e poi, naturalmente, i leoni.

È un film, di fatto, tagliato a misura di bambino. La trama scorre via con un rapporto causa-effetto tra gli eventi praticamente immediato: Mia ha un problema, qualcuno ci fa notare che Mia ha un problema (di solito è l'altrimenti inconsistente personaggio di Mélanie Laurent), ecco che il problema si manifesta (spesso grazie a Brandon Auret, il villain Dirk), per risolversi poco dopo. Non è il tipo di film, insomma, da cui aspettarsi colpi di scena o sorprendenti trovate narrative. Di sorprendente c'è, ed è su questo che si concentra l'attenzione dello spettatore adulto, il rapporto che Richardson e la sua equipe hanno saputo creare tra Mia, la rivelazione sudafricana Daniah De Villiers, e il leone bianco cresciuto insieme a lei nei tre anni di lavorazione. Il legame tra i due - definitivamente pericoloso, nelle scene di conflitto come in quelle d'affetto, considerato che un leone adulto può pesare fino a 190 chili - è autentico, realistico e ben filmato, vero cuore di un progetto nato dall'idea di uno zoologo (Richardson) e di un appassionato di leoni (De Maistre).

Figlio della passione animalista dei suoi realizzatori ed esplicitamente schierato contro la caccia e il contrabbando delle bestie selvatiche, il film indugia il più a lungo possibile sui corpi, il manto, le pieghette, le zampine, le buffe code dei felini, con un voyeurismo pet che tocca i vertici più alti quando i leoni sono ancora cuccioli.

Si potrebbe, in sostanza, ridurre Mia e il leone bianco a una sorta di lungo video di ubergattini, di fronte al quale palpitare d'amore e prodursi in gridolini di tenerezza: un viaggio tra cuccioli d'uomo e d'animale senza altre pretese che quella di farci staccare la spina, sognando un mondo in cui anche il più temibile dei predatori si lasci amabilmente addomesticare

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Regia di  Jimmy ChinElizabeth Chai Vasarhelyi


Cast: Tommy Caldwell [II]Jimmy ChinAlex HonnoldSanni McCandless
Genere: Documentario
USA, 2018
Durata: 100 minuti.

Programmazione Marzo:

Lunedì 11: ore 18:00 e 21:00


Trama

Alex Honnold è un ragazzo introverso che fatica a socializzare. Una cosa, però, la sa fare bene, anzi, come nessun altro: scalare. Così, montagna dopo montagna, a mani rigorosamente nude, senza protezioni, si conquista la fama mondiale del free climber più intrepido, tanto da riuscire a scalare la vetta di El Capitan, sua ultima leggendaria impresa che ha richiesto ben tre anni di preparazione, atletica quanto mentale.

La prima scena è da capogiro. C'è un trentenne che scala un'impervia parete rocciosa in t-shirt, senza corde. Vertigini si alternano alla voglia di scoprire chi sia costui e perché si impegni in un'impresa tanto stra-ordinaria.

Si passa subito al racconto della persona, alla vita trascorsa in un camioncino tra pentole e docce tutt'altro che confortevoli, allenamenti fisici e appunti quotidiani su un diario. A metà tra flusso di coscienza e intervista, Alex Hannold si racconta al suo amico Jimmy Chin, regista e climber professionista, che lo segue in tutti i sensi. Ci illustra le copertina dei giornali dedicate all'atleta, ma anche la filosofia del ragazzo che, malgrado la fama mondiale, è rimasto se stesso: un appassionato di arrampicata a mano libera, tra sudore, polvere di roccia, volatili e sole.

Ha un QI più alto della media e il centro di controllo della paura (amigdala) inibito dagli anni di allenamento senza tener conto delle paure, eppure resta un ragazzo modesto, semplice, alla mano.

Immancabile il flashback sulla sua infanzia, con tanto di repertorio fotografico: Alex era un bambino "timido e malinconico", che preferiva arrampicarsi piuttosto che parlare con chicchessia. La fortuna è stata, per lui, poter trasformare il proprio hobby in una carriera dove l'unico, non indifferente, limite è che un solo passo fuori posto può essere fatale.

C'è il tocco e la sensibilità della co-regista Chai Vasarhelyi nella descrizione, poi, dell'incontro che colora la vita di Honnold, quello con Sanni McCandless, grazie alla quale scopre il significato del verbo abbracciare e, in sostanza, amare. Ma un free climber può permettersi di abbandonarsi ad una relazione? Il film lascia che questo interrogativo si insinui, sottolineando la filosofia da guerriero del protagonista: da una parte l'abnegazione totale e la necessità di concentrarsi sull'obiettivo al 101%, dall'altra la ricerca della perfezione nell'impossibilità dell'errore. Nel mezzo la maestosità della natura, il trionfo di rumori e colori, l'arcobaleno che spunta involontario e regale tra le cascate.

Il lavoro di Chin non è invidiabile solo a livello di montaggio (due anni di riprese, per un totale di circa 700 ore di girato) ma anche e soprattutto da un punto di vista umano: è un documentario "in arrampicata", girato scalando tutti quanti, protagonista e troupe, in uno strano mix di adrenalina e paura condivisa di rischiare di riprendere l'irriprendibile.

È un film potente e coraggioso, Free Solo, di indubbio impatto emotivo, ma anche esteticamente ricercato. Colpisce l'attenzione ai dettagli, dal tocco di una roccia simile a una carezza fino al rito di allacciarsi le scarpe, convince il focus sullo spirito prima che sull'impresa. Paradossalmente Honnold avrebbe potuto non arrampicarsi mai, il film non ne avrebbe risentito. Perché mira a raccontare la precarietà della condizione umana che solo il coraggio e l'accanita preparazione di un uomo possono sfidare. E vincere, addirittura: quando raggiunge la cima di El Capitan, un obiettivo dichiarato impossibile da tutti prima di lui, Honnold sancisce il trionfo della finitezza umana sull'infinito. Questa la vera forza di un documentario giustamente candidato agli Oscar dopo aver vinto ai Bafta, suggellato dalla perfetta canzone di Tim McGraw: "Gravity is a fragile thing".

Fonte

MyMovies.it

Regia di Peter Farrelly


Cast: Viggo MortensenMahershala AliLinda CardelliniSebastian ManiscalcoP.J. Byrne
Genere: Commedia
USA, 2018
Durata: 130 minuti.

Programmazione Marzo:

Giovedì 7: ore 18:00
Venerdì 8/ Sabato 9: ore 18:00 e 21:00
Domenica 10:
21:00

Mercoledì 13: ore 18:00 e 21:00


Trama

New York City, 1962. Tony Vallelonga, detto Tony Lip, fa il buttafuori al Copacabana, ma il locale deve chiudere per due mesi a causa dei lavori di ristrutturazione. Tony ha moglie e due figli, e deve trovare il modo di sbarcare il lunario per quei due mesi. L'occasione buona si presenta nella forma del dottor Donald Shirley, un musicista che sta per partire per un tour di concerti con il suo trio attraverso gli Stati del Sud, dall'Iowa al Mississipi. Peccato che Shirley sia afroamericano, in un'epoca in cui la pelle nera non era benvenuta, soprattutto nel Sud degli Stati Uniti. E che Tony, italoamericano cresciuto con l'idea che i neri siano animali, abbia sviluppato verso di loro una buona dose di razzismo.

Green Book è basato sulla storia vera di Shirley, un virtuoso della musica classica, e del suo autista temporaneo nel loro viaggio attraverso il pregiudizio razziale e le reciproche differenze.

Il musicista nero è istruito, parla molte lingue, veste come un damerino e non sopporta volgarità e bassezze, mentre Tony Lip è ignorante, parla con un pesante accento del Bronx costellato di espressioni pseudoitaliane, mangia sempre fast food con le mani e quelle mani le mena volentieri. Ma anche per questo Tony è l'uomo giusto per accompagnare il raffinato musicista di colore e risolvere a modo suo i tanti problemi che l'improbabile duo incontrerà lungo il cammino.

Sarebbe troppo facile etichettare Green Book come un A spasso con Daisy a parti invertite, e non farebbe giustizia ai molti livelli che questo film smaccatamente mainstream nasconde sotto la patina ultracool di un'America anni Sessanta in cui la musica, gli abiti e gli ambienti sono letteralmente da urlo. Ma alla regia c'è Peter Farrelly, metà del duo di fratelli che ha sdoganato il politically incorrect sul grande schermo con film come Tutti pazzi per Mary e Scemo & più scemo, e chi meglio di lui poteva attraversare gli stereotipi etnci e razziali senza negarli, costruendo una storia (scritta insieme a Brian Currie, anche produttore, e a Nick Vallelonga) che è per tre quarti commedia esilarante e per il restante quarto dramma ancora attuale?

La forza motrice di Green Book sono i due interpreti: Viggo Mortensen nei panni dell'italoamericano rozzo e refrattario alle regole, ma dotato di innati buon senso e buon cuore, e Mahershala Ali in quelli del musicista nero colto e misurato. E poiché la loro interazione deve portare ad una reciproca crescita, oltre che ad una reciproca comprensione, Tony Lip dovrà imparare dal suo passeggero che i piccoli imbrogli, le botte e le "stronzate" tengono quelli come lui ancorati al gradino più basso della scala sociale, così come Don Shirley dovrà riconnettersi con la sua "negritudo" e smettere di guardare le persone del suo colore come corpi estranei.

Il 'Green Book' del titolo è una guida per automobilisti afroamericani, costretti a guidare solo su alcune strade e a soggiornare solo nei locali a loro assegnati, ma il film di Farrelly (che conta fra i produttori esecutivi anche Octavia Spencer) va a zig zag attraverso territori proibiti e consuetudini tacitamente accettate. Green Book è un vero spasso, un classico film americano da grande pubblico scritto, diretto e interpretato con tutti gli attributi, e anche ciò che potrebbe sembrare eccessivamente piacione nasconde invece una misura non trascurabile di coraggio e dignità.

Fonte

MyMovies.it

Regia di Lars Von Trier


Cast: Matt Dillon, Huma Thurman, Bruno Ganz, Siobhan Fallon HoganSofie GråbølRiley Keough
Genere: Documentario
Svezia, 2018
Durata: 155 minuti.

Programmazione 28 Febbraio-03 Marzo
Replica unica 6 Marzo

Trama

Usa Anni '70. Jack è un serial killer dall'intelligenza elevata che seguiamo nel corso di quelli che lui definisce come 5 incidenti. La storia viene letta dal suo punto di vista che ritiene che ogni omicidio debba essere un'opera d'arte conclusa in se stessa. Jack espone le sue teorie e racconta i suoi atti allo sconosciuto Verge il quale non si astiene dal commentarli.

A quattro anni di distanza da Nymphomaniac - Volume 2 torna con il suo cinema in cui genio e follia continuano a contendersi lo schermo.

Per leggere questo film però è necessario andare molto più indietro e risalire al 2007 quando a Von Trier e a una trentina di altri suoi colleghi venne chiesto di girare un cortometraggio in occasione del 60esimo del Festival di Cannes legato all'idea di cinema. Il regista danese immaginò se stesso a una prima cannesiana di un suo film con accanto uno spettatore americano e spocchioso che, dopo aver continuamente disturbato la visione con i suoi commenti, gli chiedeva che lavoro facesse e Lars, imperturbabile, rispondeva: "Uccido!". Estraeva un'ascia e gli spaccava la testa per poi riprendere a vedere il suo film.

"Io uccido" è la stessa frase che pronuncia Jack a un certo punto del film in un'esternazione che vorrebbe essere liberatoria. Jack è un ingegnere che avrebbe voluto essere architetto perché per lui i secondi scrivono la musica mentre i primi si limitano a leggerla. Von Trier, in questo film, ancora una volta, si sdoppia, si potrebbe affermare che vuole essere architetto e ingegnere dell'esistenza e lo fa attraverso le due figure di Jack e di Verge. Così come in Melancholia finiva con il riconoscersi nelle due protagoniste (una razionale e l'altra umorale), qui si va a cercare in entrambi.

Come il negativo della pellicola rappresenta per lui il lato oscuro della luce così da sempre con i suoi film si (e ci) spinge a guardare in quell'oscurità che si nasconde nell'animo umano e che può essere ammantata di quella razionalità perversa che ha fatto commettere all'umanità i crimini di massa più efferati.

L'arte può esprimersi nella sensibilità estrema di un Glenn Gould come nell'estetica delle rovine di Albert Speer ma quando si traduce in corpi in decomposizione non c'è paragone con la vinificazione che tenga. Von Trier, come sempre, non ha mezze misure: ci mette davanti all'orrore, al sangue, alla putrefazione della carne. Fa poi uccidere delle donne a Jack per poter ironicamente rispondere ai commenti di chi lo legge come un misogino all'ennesima potenza. Soprattutto però fa propria, pessimisticamente, la lettura sartriana dell'esistenza, implicitamente, citando il finale di "A porte chiuse" con quel "L'inferno sono gli altri" che viene esplicitato nella sequenza in cui Jack chiede esplicitamente a una sua vittima di gridare per ricevere aiuto.

C'è questo e molto altro (finale compreso) in un film che però fa risuonare un campanello d'allarme. Von Trier rischia di diventare il manierista di se stesso: le citazioni colte, il divertissement con i cartelli sorretti da Dillon, lo stesso uso della camera a mano ricalcano senza davvero innovarlo, il già visto. Le pur sempre stimolanti 'case' che Lars costruisce sullo schermo abbisognano di materiali nuovi e vivi. 

Fonte MyMovies.it

Regia di Nanni Moretti


Con: Nanni Moretti.

Genere: Documentario
Italia, 2018
Durata 80 minuti.

Programmazione 22-25 Febbraio

Trama

Realizzato a partire da immagini d'archivio e da testimonianze, Santiago, Italia racconta i mesi che seguirono il golpe del dittatore che mise fine al sogno democratico di Salvador Allende. Il film mette l'accento sul ruolo encomiabile dell'ambasciata italiana basata a Santiago, che diede rifugio a centinaia di oppositori del regime, permettendogli di raggiungere l'Italia.

Lezione di storia narrata da chi ha vissuto la caduta e la morte di Allende, presidente apertamente marxista e democraticamente eletto nel 1970, Santiago, Italia conferma l'eterno investimento personale del suo regista ma sposta la prospettiva in 'prima persona', singolare e libera, alla 'seconda persona'. Persona-testimone capace di portare la novità nel mondo, di cui comprende e narra (quindi ricorda) le gesta. Documentario "partecipato" certo, Moretti interviene durante le testimonianze, le interroga, dona la replica, polemizza, registrando una lunga deposizione corale: la confidenza pubblica di una condizione intima. Lo slittamento di piani tuttavia gli consente di considerare i danni dal punto di vista delle vittime. È un cambiamento che modica e rinforza la nostra idea su ciò che è un danno. Impossibile assistere ai conflitti e alle guerre senza chiederci chi li subisce, chi li patisce. Impossibile staccarsi dalla pena altrui.

Regia di Claudio Giovannesi


Cast: Francesco Di NapoliArtem TkachukAlfredo TurittoViviana ApreaValentina Vannino.
Genere: Drammatico
Italia, Francia, 2019
Durata: 111 minuti.

Programmazione Marzo:

Dal 14 al 17 - ore 18:15 | 21:00


Trama

Napoli 2018. Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O'Russ, Briatò vogliono diventare ricchi alla svelta, comprare abiti firmati e motorini nuovi. In particolare Nicola, la cui madre gestisce una piccola tintoria non resiste alla tentazione di entrare a far parte di una 'famiglia' camorrista. Il furto di una pistola lo fa sentire più uomo anche nei confronti di Letizia che gli è entrata nel cuore al primo incontro. In poco tempo diventa il capo del suo gruppo. Nicola ha 15 anni.

La dedica con cui Roberto Saviano apre il romanzo omonimo da cui è tratto il film da lui cosceneggiato è: "Ai morti colpevoli. Alla loro innocenza". Non si riferisce ovviamente ai camorristi che ha sempre combattuto a rischio della propria incolumità ma a quei ragazzini la cui innocenza viene compromessa dai modelli negativi che li circondano.

Saviano non poteva trovare migliore interprete di questa innocenza di Claudio Giovannesi la cui filmografia è tutta incentrata su quella dualità osservata con amore e con quella compassione priva di pietismo che risale all'etimologia del vocabolo latino: 'patire con'. L'aver trovato poi nel giovane pasticcere Francesco Di Napoli lo sguardo giusto per reggere, anche nei primissimi piani, questa intenzione ha chiuso il cerchio.

Napoli è teatro della vicenda ma non è quella di Gomorra. Se la serie televisiva di straordinario successo planetario ha le caratteristiche del noir qui sono l'osservazione dei personaggi, il mutare della psicologia di Nicola ad essere al centro dell'attenzione. Lui, che ha assistito alla prevaricazione della richiesta del pizzo a sua madre, si ritrova ad andarlo a sua volta ad esigere in altro contesto salvo poi coltivare il pensiero di poter fare giustizia eliminandolo nelle aree che ritiene di controllare. Da quando ha un'arma pensa di poter ripristinare, attraverso quel possesso illegale, proprio giustizia e legalità nel suo mondo.

Se Novalis, citato in preapertura del romanzo, affermava "Dove ci sono bambini c'è un'età dell'oro" Giovannesi e Saviano ci ammoniscono su come sia facile sperperare quel capitale umano. Non solo a Napoli, dove i motorini sfrecciano e le pallottole ci mettono un attimo a falciare vite, ma in tutte le periferie del mondo in cui la cultura è assente oppure si presenta come una casa in cui entrare in punta di piedi ma solo per sentirsi benestanti. Allora si può accedere come Nicola e Letizia a un palco del San Carlo continuando però a sognare il concerto della star locale del genere neomelodico.

In fondo sempre di 'amore' si parla, nell'opera come nella canzonetta. Oppure come in un'antica serenata che, dopo una serata di dissipazione, ricostruisce l'atmosfera di un passato che si è ormai dissolto in un mondo senza padri e senza memoria in cui tutto, anche i sentimenti più profondi, si misura con il metro della legge del più forte.

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